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Il mio nuovo libro, “L’Aleph” (pubblicato in Brasile nel 2010 e nel resto del mondo nel 2011) descrive il mio percorso spirituale durante l’attraversamento dell’Asia, nel 2006. Per scriverlo, ho dovuto consultare una serie di appunti che avevo preso all’epoca.
Sono arrivato carico di libri nel vagone che mi trasporterà lungo la Transiberiana, pensando che avrei avuto tanto tempo durante questi 9.228 km di viaggio in treno. Scopro subito che è impossibile scrivere o leggere alcunché, per via del movimento e della mancanza di buoni ammortizzatori. Non mi resta che pensare e appuntare alcuni pensieri nei momenti in cui facciamo sosta nelle stazioni.
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Una delle persone sul treno mi mostra una preghiera che, secondo lei, è stata rinvenuta tra gli effetti personali di un ebreo, morto in un campo di concentramento:
"Signore, quando verrai nella Tua gloria, non ricordarTi solo degli uomini di buona volontà. RicordaTi anche degli uomini di cattiva volontà.
"E, nel giorno del Giudizio, non ricordarTi solo delle crudeltà, sevizie e violenze che essi hanno commesso: ricordaTi anche dei frutti che abbiamo prodotto grazie a ciò che essi ci hanno fatto. RicordaTi della pazienza, del coraggio, della fratellanza, dell’umiltà, della grandezza d’animo e della fedeltà che i nostri boia hanno finito per suscitare nel nostro animo.
"Permetti allora, Signore, che i frutti da noi prodotti possano servire per salvare le anime degli uomini di cattiva volontà."
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Devo vivere tutte le grazie che Dio mi ha dato oggi. La grazia non si può economizzare. Non esiste una banca in cui depositare le grazie ricevute per utilizzarle secondo la nostra volontà. Se non usufruirò di queste benedizioni, le perderò irrimediabilmente.
Dio sa che siamo artisti della vita. Un giorno ci dà un calco per le sculture, un altro giorno dei pennelli e la tela, un altro giorno ancora ci dà una penna per scrivere. Ma non riusciremo mai a usare un calco sulla tela, o la penna per le sculture. Ad ogni giorno, il suo miracolo. Devo accettare le benedizioni di oggi, per creare ciò che ho; se lo farò con distacco e senza sensi di colpa, domani riceverò di più.
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La vita è come una lunga corsa in bicicletta – il cui traguardo è realizzare la Leggenda Personale.
Alla partenza, siamo tutti insieme – e condividiamo cameratismo ed entusiasmo. Poi, a mano a mano che la corsa procede, la gioia iniziale cede il posto alle vere sfide: la stanchezza, la monotonia, i dubbi sulle proprie capacità.
Notiamo che alcuni degli amici hanno rinunciato alla sfida – stanno ancora correndo, ma solo perché non possono fermarsi in mezzo alla strada: sono numerosi, pedalano accanto all’auto d’appoggio, chiacchierano fra loro e si assoggettano a un obbligo.
Finiamo per distanziarli: e a quel punto siamo costretti ad affrontare la solitudine, le sorprese dietro le curve sconosciute, i problemi con la bicicletta. E, dopo un po’ di tempo, cominciamo a domandarci se ne valga la pena di tanto sforzo.
Sì, ne vale la pena. Si tratta solo di non desistere.
Perché, oltre tutto, se smettiamo di pedalare, finiremo per cadere.
In uno dei suoi rari scritti, il saggio sufi Hafik commenta l’idea del Viaggio:
"Accetta con saggezza il fatto che il Cammino è pieno di contraddizioni. Spesso il Cammino nega se stesso, per stimolare il viaggiatore a scoprire ciò che esiste al di là della prossima curva.
Se due compagni di viaggio stanno seguendo lo stesso metodo, ciò significa che uno di loro si trova su una pista falsa. Perché non ci sono formule per raggiungere la verità del Cammino, e ciascuno deve correre i rischi inerenti ai propri passi.
"Solo gli ignoranti cercano di imitare il comportamento degli altri. Gli uomini intelligenti non ci perdono tempo e coltivano le proprie abilità personali: sanno che in una foresta di centomila alberi non esistono due foglie uguali. Così non esistono due viaggi uguali nello stesso Cammino."
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